La ricostruzione storica di questo rifrattore si scontra con l'assenza di documenti che ne precisino l'identità univoca, sebbene diverse relazioni sul patrimonio della Specola citino esplicitamente vari cannocchiali di Dollond in dotazione sin dai tempi di San Gaudioso. È noto che tali strumenti furono protagonisti di rilievi scientifi e civili: alcuni vennero prestati al cartografo
Giovanni Antonio Rizzi Zannoni per la compilazione delle carte geografiche del Regno di Napoli; altri, in epoche successive, furono destinati a scopi militari presso il Laboratorio di Precisione d'Artigleria di Roma.
L'attuale configurazione dello strumento rivela un'interessante stratificazione tecnologica. Se l'ottica e le componenti meccaniche in ottone richiamano la tradizione sette-ottocentesca dei Dollond, il tubo in alluminio rappresenta chiaramente un rifacimento o una tarda applicazione. In origine, l'apparato doveva presentarsi con un fusto in legno di mogano o interamente in ottone, materiali standard per l'epoca d'oro della rifrazione acromatica. La sostituzione del tubo originale con l'alluminio suggerisce un intervento di ammodernamento o restauro funzionale avvenuto tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, volto probabilmente a alleggerire lo strumento per un uso più agile sul campo o su montature portatili.