Esponente della scena artistica napoletana, ha intrapreso negli anni '60 una ricerca estetico-tecnica caratterizzata dai cosiddetti "giuochi fantastici". La sua produzione giovanile si distingue per l'uso di legni e frammenti recuperati sulle spiagge, elementi naturali che Rezzuti inseriva nei dipinti come "reperti" di un naufragio urbano. Questa attenzione per il sociale e l'umano lo portò, negli anni '70, a realizzare progetti d'avanguardia con i pazienti dell'Ospedale Psichiatrico Frullone, un lavoro di frontiera tra arte e riabilitazione la cui documentazione fu esposta alla Biennale di Venezia del 1976.
Nel 1982 ha partecipato alla sezione Aperto '82 della Biennale di Venezia. In questo periodo, la sua pittura muta, popolandosi di un bestiario fantastico: creature arcaiche, mostriciattoli ironici e dispettosi che sembrano emergere da un inconscio collettivo mediterraneo. Negli anni '90, la sua attività si fa multidisciplinare attraverso l'esperienza di
Orologio ad Acqua (con
Gabriele Frasca) e la partecipazione a mostre di rilievo come
Viaggiatori senza bagaglio (1999) curata da
Achille Bonito Oliva. Fondamentale resta il suo sodalizio artistico con
Quintino Scolavino, iniziato nel 1979 e proseguito in prestigiose sedi museali partenopee.